Una madre con i due figli che ridono

Quando i genitori non vedono più difetti nei figli (e sono disposti a tutto pur di coprirli e giustificarli)

Quando andavo a scuola, se fossi tornata a casa con una nota sul diario, non ci sarebbero state discussioni. Nessun appello, nessuna difesa d’ufficio. Bastava lo sguardo di mia madre a farmi capire che la serata si sarebbe messa male. Prima veniva la fiducia verso l’insegnante, poi la domanda: “Cos’hai combinato?”. 

Oggi, quella stessa scena si sarebbe ribaltata. 

La nota sarebbe fotografata, inviata al gruppo WhatsApp dei genitori con un messaggio indignato: “Ma si può? La maestra è fuori di testa”. E il giorno dopo, magari, una PEC alla dirigente scolastica. Com’è successo? Quando abbiamo smesso di educare per iniziare a coprire?

Il riflesso condizionato: “mio figlio ha sempre ragione”

Negli anni, qualcosa è cambiato nel rapporto tra genitori e figli. Non si accetta più che il figlio possa aver sbagliato. 

Ogni richiamo diventa un attacco personale. Ogni voto basso, una dichiarazione di guerra. Ogni giudizio negativo, una coltellata all’orgoglio.

E allora partono le difese a oltranza. “Ce l’hanno con lui.” “È stato provocato.” “Non è possibile che abbia preso 4, ha studiato con me tutto il pomeriggio.”
Il genitore non cerca più di capire. Non indaga, non ascolta. Si schiera, a prescindere.

Difendere è diventato più semplice che educare. Giustificare è più comodo che correggere. E se il figlio viene prima di tutto, viene anche prima della verità.

Siamo diventati i PR dei nostri figli?

Sui social questa dinamica si amplifica. Il genitore diventa una sorta di manager personale: promuove, difende, amplifica. Mostra solo il meglio, nega il resto.

E se un insegnante dice che il ragazzo è svogliato, sicuramente ha un metodo superato. Se l’allenatore lo tiene in panchina, allora non ha capito il suo potenziale. Se un amico lo esclude, sicuramente è invidioso.

Il filtro critico salta. La narrazione vince sulla realtà. Ma così facendo, che esempio stiamo dando? Qual è il messaggio implicito? “Tu hai sempre ragione. Gli altri sono tutti contro di te.” Un’idea che, alla lunga, può diventare una prigione. Perché prima o poi, là fuori, qualcuno ti farà notare un difetto. E se non sei pronto a sentirlo, sarà un disastro.

I figli fragili che stiamo crescendo

Se nessuno ti corregge, se nessuno ti aiuta a metterti in discussione, non impari a farlo. Se nessuno ti dice che stai sbagliando, cominci a pensare che ogni ostacolo sia un’ingiustizia.

Il risultato? Generazioni di ragazzi iperprotetti ma fragili, sicuri solo finché tutto va come vogliono. Incapaci di affrontare una frustrazione, di accettare un rifiuto, di riconoscere un errore.

Li stiamo crescendo nella bambagia del “bravo comunque”, “non è colpa tua”, “ti capisco”. Ma non li stiamo preparando alla vita. E quando arriva il primo no, il primo insuccesso, la prima vera delusione… crollano. Un genitore che copre i difetti di un figlio lo lascia nudo. Perché non gli dà strumenti per affrontare il mondo. Gli dà solo un alibi.

Ma perché facciamo così?

Forse per senso di colpa. Forse per paura. Forse perché vogliamo sentirci ancora “centrali”, indispensabili. O forse perché abbiamo legato la nostra autostima alle prestazioni dei figli.

Se il bambino è educato, allora siamo bravi genitori. Se è promosso, siamo genitori di successo. Se non ha problemi, abbiamo vinto. Ammettere che ha un difetto, che ha sbagliato, che è in torto, significa ammettere, anche solo per un attimo, che non siamo perfetti. E questa idea ci spaventa più di quanto siamo disposti a riconoscere.

Non servono soluzioni. Servono domande (scomode)

E se tornassimo a dire: “Hai sbagliato”?

E se accettassimo che i nostri figli possono mentire, essere egoisti, maleducati, come tutti, e che sta a noi correggere la rotta?

E se cominciassimo a pensare che educare non è evitare ogni scontro, ma attraversarlo?

Non servono ricette. Serve coraggio. Quello di dire “no”. Di lasciare che un figlio pianga, si arrabbi, si senta deluso. Perché anche quella è crescita.

Forse non dobbiamo urlare “è colpa tua”. Ma nemmeno sussurrare sempre “hai ragione tu”.

Un nuovo scenario (più difficile, ma vero)

Torniamo a quella nota sul diario.  Non è più il 1990, è oggi

Il genitore la legge. Si ferma. Non manda messaggi indignati, non cerca alleati.

Si siede accanto al figlio e chiede: “Cos’è successo?”
E poi ascolta. Non per difenderlo. Non per sgridarlo. Ma per capire.
Magari è da lì che si ricomincia.Perché essere genitori, alla fine, non significa dimostrare che nostro figlio è perfetto.
Significa aiutarlo a diventare una persona migliore. Anche, e soprattutto, quando sbaglia.

-A cura di Noemi Sartori

Copywriter e content creator, beauty blogger dal 2011. Ama la cura di sé quando è concreta e sostenibile, non quando è un teatrino di promesse. Per Italian Beauty Community scrive di skincare e profumi con un approccio chiaro e pratico: abitudini sensate, scelte consapevoli, miti sfatati e consigli per orientarsi tra routine, attivi e trend senza ansia da prestazione. Il suo filtro “anti-fuffa” è semplice: spirito critico, parole accessibili e attenzione alle fonti. Accanto al beauty, affronta anche temi culturali e social legati alla comunicazione digitale e al modo in cui le piattaforme influenzano informazione, percezione di sé e benessere. Nel tempo libero si allena: perché la costanza, in palestra come nel beauty, fa la differenza.

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