Class action e figli online a 10 anni: davvero serve una causa contro TikTok o servono domande più scomode ai genitori?
Non sono madre. Lo dico subito. Ma so bene che crescere figli, oggi, dev’essere una sfida ad alta quota: tra pressioni sociali, crisi educative, tecnologia invasiva e smartphone infilati ovunque, anche nei pigiami. Ma poi leggi certe notizie di cronaca, e qualcosa stona.Una su tutte: la class action contro Meta e TikTok, la prima in Italia, promossa da un gruppo di genitori con il supporto del Moige (Movimento Italiano Genitori). I figli, raccontano, sono diventati dipendenti dai social. Schiavi dell’algoritmo. Fragili, manipolati, disorientati.
Una delle madri del gruppo promotore della class action, ha rivelato in una intervista rilasciata di recente alla Stampa: “(mia figlia) Ha iniziato a non dormire. Aveva scatti di nervoso se le parlavo mentre era concentrata a rispondere a un commento. Era isolata in una bolla. Dovevo agire.”
E qui parte la valanga emotiva: rabbia, paura, legittima preoccupazione. Ma anche una domanda, che forse non tutti hanno voglia di farsi: quando abbiamo deciso che la responsabilità si poteva delegare a un’app?
Il coltello sul tavolo
Un social network non nasce per educare. Né per proteggere. È uno strumento: potente, invasivo, e anche furbo, sì. Ma pur sempre uno strumento. Come un coltello. E se lasci un coltello sul tavolo della cucina con un bambino in giro, chi è che ha sbagliato?
Il problema non è solo TikTok. È l’assenza di cultura digitale. È il fatto che i bambini oggi sanno usare gli strumenti meglio degli adulti, ma non hanno ancora le difese per gestirne l’impatto. E spesso, gli adulti, non hanno né voglia (né competenza?) per accompagnarli.
Gli stessi genitori che oggi promuovono una causa collettiva sono, in molti casi, gli stessi che hanno consegnato uno smartphone ai figli a 10 anni. O a 9. O anche prima, “solo per guardare YouTube”. Secondo uno studio universitario pubblicato di recente su alcuni quotidiani, condotto su un campione di 959 preadolescenti tra i 10 e i 14 anni, nove su dieci utilizzano i social network.
Quasi la metà dei genitori non esercita alcun tipo di controllo. E c’è un altro dato preoccupante, derivante da un’ulteriore ricerca universitaria: in Italia, oltre il 40% dei preadolescenti tra gli 11 e i 13 anni usa i social illegalmente. E quasi il 20% dei bambini tra i 9 e i 10 anni ha già un profilo attivo.
“Ma tutti ce l’hanno”
Sì, c’è un’altra faccia della questione. E va detta. I figli chiedono un telefono non per chattare con sconosciuti, ma per non essere tagliati fuori. La scuola è un social. Chi sta nel banco accanto ha uno smartphone. Il gruppo di classe gira su WhatsApp. E dire “no” diventa una battaglia quotidiana. A volte, persa in partenza.
Questa dinamica, molto reale, spiega perché serve un discorso più collettivo: non si può lasciare tutto al buon senso dei singoli genitori.
Servono linee guida comuni, serve alleanza educativa tra famiglie, insegnanti, istituzioni. Serve che il sistema si assuma delle responsabilità, non solo il singolo genitore che “aveva detto solo mezz’ora al giorno”.
L’algoritmo non è il mostro. Ma sa fare il suo lavoro
Chiariamo una cosa: gli algoritmi sono progettati per tenerci incollati allo schermo. Studiano i nostri gusti, i nostri tempi, le nostre paure. Creano bolle, eco, dipendenza. Nessuno lo nega.
Ecco perché servono regole più chiare su quanto in profondità gli algoritmi possano spingersi nell’analizzare i comportamenti dei minori: non per demonizzare la tecnologia, ma per riequilibrare un rapporto di forza oggi troppo sbilanciato.
Ma l’algoritmo da solo non crea un buco educativo (e nemmeno lo colma). Ti ci ritrovi dentro se nessuno ti insegna come funziona. Se nessuno ti dice che puoi (e devi) spegnere. Se nessuno ti guarda quando ti chiudi in camera con il telefono per ore. È lì che comincia la voragine.
Serve responsabilità, non capri espiatori
La verità è che fa comodo dare la colpa a uno schermo. È comodo pensare che basti una legge, un filtro, un limite imposto da fuori. Ma i bambini, gli adolescenti, non imparano a vivere da un algoritmo. Lo imparano dal modo in cui vengono accompagnati. E, sì, anche dal modo in cui vengono frustrati, educati, ascoltati, e ogni tanto anche annoiati.
La dipendenza da social si previene (e si affronta) educando alla realtà. Quella in cui le parole hanno un peso. In cui il sonno conta. In cui il cervello non è pronto a gestire 7 ore di video al giorno. E dove nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti a uno schermo.
L’educazione digitale non è un lusso. È una responsabilità collettiva
Intanto, anche le istituzioni cominciano a muoversi: ma senza un cambiamento culturale, la legge rischia di arrivare sempre dopo.
La tecnologia non si può disinventare. Ma si può capire, conoscere, arginare. Serve più alfabetizzazione digitale, a scuola e in famiglia. Serve un dibattito meno isterico e più concreto. Serve più presenza adulta, e meno delega.
E se da questo dibattito nasceranno anche regole nuove, benissimo. Ma prima di partire in crociata contro le app, forse serve guardarsi dentro. E chiedersi: quando abbiamo smesso di essere genitori e abbiamo cominciato a trattare i social come babysitter 4.0?
Forse non è TikTok che dobbiamo processare. Ma il vuoto che abbiamo lasciato al posto nostro, perché ci faceva comodo.
-A cura di Noemi Sartori