Degli occhiali con naso e baffi finti

Professioniste sotto copertura: se per farti notare online devi sembrare un uomo

C’era una volta un profilo LinkedIn di una professionista. Poi quel profilo ha tolto i pronomi, ha cambiato genere e, come per magia, ha iniziato a macinare contatti, like, visibilità.

Non è la trama di una serie distopica. È la realtà che ha raccontato al Washington Post Megan Cornish, professionista americana, che ha condotto un esperimento semplice e spiazzante: fingersi uomo per una settimana su LinkedIn. Il risultato? In sette giorni ha quadruplicato le interazioni.

Sì, avete letto bene: quadruplicato.

Quello che poteva sembrare un caso isolato è diventato virale in poche ore. Tantissime donne hanno risposto con esperienze simili: la visibilità aumenta quando il genere si mimetizza. O si maschera.E qui sorge spontanea una domanda: se la rete è il nuovo spazio professionale, perché le donne devono camuffarsi per esistere?

L’algoritmo è neutro… ma ha studiato male

LinkedIn, incalzata dalla polemica, ha risposto prontamente: “I nostri sistemi non usano sesso, età o razza per decidere cosa mostrare”.

Tutto vero. Ma dimenticano una cosa: gli algoritmi imparano da noi. E noi siamo pieni di bias.

L’intelligenza artificiale non ha pregiudizi propri. Semplicemente replica i nostri, con efficienza spietata.

Se per anni il contenuto maschile è stato valorizzato, promosso, seguito, sarà quello che l’IA spingerà. Perché “funziona”. E così si crea un loop perfetto di discriminazione invisibile: l’uomo è più visibile perché è più visto.

Il social che dovrebbe valorizzarti, ti oscura

LinkedIn è nato come rete professionale. Un luogo dove farsi notare per le competenze, costruire credibilità, creare opportunità. Ma se i contenuti firmati al femminile fanno meno visualizzazioni, chi davvero ha accesso a queste opportunità?

Il profilo maschile è percepito come più “competente” a prescindere. Anche quando dice le stesse identiche cose.

Lo ha dimostrato Rachel Maron, imprenditrice nel settore IA, che ha ripubblicato un post identico sotto un profilo “maschilizzato”. Da 150 a oltre 30.000 visualizzazioni. Magia? No. Bias.

L’identità online diventa un ostacolo

Il vero problema è questo: per essere visibili, le donne devono nascondersi.

Niente pronomi. Niente dettagli che suggeriscano un’identità femminile. Meglio un tono assertivo, grafica minimal, zero rosa.

Il personal branding non è più uno spazio di espressione, ma una zona minata dove ogni segnale di “femminilità” può penalizzare. E così si insinua il dubbio peggiore: “Devo sembrare qualcun altro per essere presa sul serio?

Il prezzo dell’invisibilità

Per chi è all’inizio della carriera, tipo una studentessa, una giovane freelance, una professionista in un settore competitivo, questo scenario è devastante.

Il messaggio che passa è: non basta essere brave. Serve “sembrarlo” nel modo giusto. E il modo giusto, spesso, è quello maschile.

L’identità femminile diventa una zavorra.

E il paradosso è che questo succede proprio sulle piattaforme che dovrebbero aiutare a costruire una carriera.

L’IA, tra opportunità e pericolo silenzioso

L’intelligenza artificiale è ormai ovunque: non solo nel mondo della medicina e della bellezza, ma anche nel feed di LinkedIn, nei suggerimenti di contatti, persino nella selezione dei CV.

Ma se lavora su dati inquinati da pregiudizi storici, finisce per consolidarli.

Non serve discriminare attivamente: basta continuare a favorire, silenziosamente, chi è già favorito.Le piattaforme si difendono parlando di “AI responsabile”. Ma la vera responsabilità inizia quando si riconosce il problema. E oggi, il problema è chiaro: la visibilità non è equa.

La visibilità non è un premio, è un diritto

Il caso Cornish non è un capriccio social, ma un campanello d’allarme culturale.

Se per ottenere attenzione online serve nascondere il proprio genere, non siamo nel futuro. Siamo tornati indietro.

Il mondo professionale ha bisogno di trasparenza algoritmica, di attenzione ai bias sistemici e, soprattutto, di uno sguardo nuovo.

Uno sguardo che riconosca il valore indipendentemente da chi lo esprime. Fino ad allora, molte donne continueranno a scrivere sotto copertura. Perché, nel 2026, essere sé stesse, online, è ancora un rischio.

-A cura di Noemi Sartori

Copywriter e content creator, beauty blogger dal 2011. Ama la cura di sé quando è concreta e sostenibile, non quando è un teatrino di promesse. Per Italian Beauty Community scrive di skincare e profumi con un approccio chiaro e pratico: abitudini sensate, scelte consapevoli, miti sfatati e consigli per orientarsi tra routine, attivi e trend senza ansia da prestazione. Il suo filtro “anti-fuffa” è semplice: spirito critico, parole accessibili e attenzione alle fonti. Accanto al beauty, affronta anche temi culturali e social legati alla comunicazione digitale e al modo in cui le piattaforme influenzano informazione, percezione di sé e benessere. Nel tempo libero si allena: perché la costanza, in palestra come nel beauty, fa la differenza.

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