Negli ultimi anni, il dibattito pubblico intorno alla violenza di genere si è fatto sempre più acceso. I casi raccontati dalla cronaca riempiono le pagine dei giornali e i notiziari.
L’indignazione è viva, la rabbia palpabile. Ma spesso, davanti a certe sentenze, resta un senso di incomprensione profonda. Come se la giustizia e l’interpretazione che si dà alla realtà viaggiassero su binari diversi.
Quando la giustizia sembra parlare un’altra lingua
Non è raro che l’opinione pubblica reagisca con sgomento di fronte a certe decisioni giudiziarie. Pene ritenute dall’opinione pubblica troppo lievi, aggravanti escluse o interpretazioni che non sembrano corrispondere alla gravità percepita dei fatti.
Il motivo di questo scollamento va cercato anche nel diverso significato che alcune parole assumono all’interno del linguaggio giuridico.
Termini come “premeditazione”, “crudeltà”, “maltrattamenti” non coincidono necessariamente con ciò che comunemente intendiamo nella vita quotidiana. La giustizia si muove su definizioni tecniche, limiti precisi, presupposti che devono essere provati secondo criteri stringenti.
Per esempio, la premeditazione non è semplicemente “averci pensato prima”, ma implica una distanza temporale rilevante tra l’ideazione e l’azione, accompagnata da lucidità progettuale. Allo stesso modo, la crudeltà in ambito penale si configura solo quando la sofferenza viene inflitta deliberatamente e senza altre finalità, come scopo in sé.
Questo disallineamento tra la percezione sociale e la cornice normativa può creare un senso di frustrazione. Eppure, anche comprendendo tutto questo, la domanda resta sospesa: i codici rispecchiano davvero la gravità della situazione? E se non fosse così, non sarebbe ora di aggiornarli?
È vero, il femminicidio è stato riconosciuto dalla legge italiana come reato autonomo con la legge approvata dal Senato nel luglio del 25. È un passo importante, perché adesso è un reato a sé stante, punito spesso con l’ergastolo. Ma forse c’è ancora tanto lavoro da fare, soprattutto nei casi di violenza o per esempio, di stalking.
Il ruolo della comunicazione
A complicare il quadro, si aggiunge spesso il modo in cui i casi vengono riportati. La cronaca giudiziaria è delicata, e i giornalisti non sempre hanno accesso agli atti completi o conoscono nel dettaglio l’impianto probatorio.
Le semplificazioni, a volte inevitabili, rischiano di alimentare confusione o giudizi affrettati. Anche questo contribuisce a generare distacco tra ciò che le persone leggono e ciò che poi viene effettivamente deciso in aula.
Naturalmente questo non significa che ogni sentenza sia immune da critiche. Il diritto non è una scienza esatta, e come tale è soggetto a interpretazioni, sensibilità, evoluzioni. Ma in un tema così delicato come la violenza sulle donne, diventa ancora più importante favorire chiarezza, comprensione e trasparenza.
Un cambiamento che deve essere (anche) culturale
Il tema della violenza di genere non può essere affrontato solo a colpi di codice penale.
Serve un impegno sistemico, che comprenda formazione, prevenzione, ascolto. Che chi opera nella giustizia, così come nelle forze dell’ordine, nella scuola, nella sanità, sia preparato anche a leggere i contesti, le dinamiche relazionali, le forme di controllo e manipolazione che non lasciano lividi, ma segnano profondamente.
È importante che le vittime si sentano accolte, credute, accompagnate. E che chi commette violenza non trovi scappatoie né attenuanti legate a stereotipi culturali.
Cercavi giustizia, ma trovasti la legge
Forse è proprio qui il nodo: cercavamo giustizia, ma…
Questa frase, che Francesco De Gregori canta ne Il bandito e il campione, racchiude una verità profonda. La legge è tecnica, precisa, imparziale. Ma la giustizia dovrebbe essere anche umana, tempestiva, capace di riconoscere la complessità.
E finché questo disallineamento non verrà colmato, continueremo a porci la stessa domanda: com’è potuto succedere di nuovo?
-A cura di Noemi Sartori