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Un ragazzo in tenuta sportiva che si tocca il ginocchio

Dolore al ginocchio, potrebbe fare bene un’alga giapponese

Avverti dolore al ginocchio, che si manifesta soprattutto alla sera, ma non di notte, hai la sensazione di rigidità dei movimenti o di una graduale perdita di funzionalità dell’articolazione?

Questo stato non risparmia, neppure la schiena, l’anca, ovvero le strutture che più di altre hanno compito e onere di sorreggere il peso maggiore del corpo?

Sono sintomi che potrebbero essere compatibili con l’osteoartrosi, ma naturalmente vanno effettuate visite specialistiche, esami mirati se necessario, e altro. Perché ne parliamo? Uno studio recente suggerisce che potrebbe essere utile nel trattamento di questa condizione il ricorso al Wakame, un’alga giapponese nota per il suo potere antinfiammatorio.

Ma che cos’è l’osteoartrosi?

Il nome della problematica suggerisce di che si tratta: “osteo” rimanda al fatto che siano coinvolte in qualche modo le ossa e “artrosi” che ossa e articolazione siano soggette a un processo di degenerazione che via via le deforma. Affidandosi a siti istituzionali, accreditati e validati, scopriamo che l’osteoartrosi è la causa più frequente di dolori alle articolazioni e che interessa milioni di persone nel mondo: il 10% della popolazione adulta e il 50% oltre i 50 anni, con maggiore frequenza fra le donne che sono le più colpite.

Quindi incidono oltre al sesso, l’età, la presenza di altre malattie delle articolazioni, la famigliarità con l’osteoartrosi (altre persone consanguinee che ce l’hanno), precedenti traumi delle articolazioni. Cosa accade? La problematica induce il consumo progressivo della cartilagine, il “rivestimento” che ricopre e protegge le estremità delle ossa nel punto in cui si congiungono con le articolazioni o altri segmenti ossei e le ossa continuano a sfregarsi fra loro inesorabilmente con indiscussi danni.

Cosa si può fare?

Rallentarne il decorso, perché è una malattia progressiva legata soprattutto all’età, quindi non può essere guarita, adottando utili misure: controllo/diminuzione del peso corporeo, mantenimento di una postura corrette, esercizi specifici e, in generale, condurre una vita fisicamente attiva, evitando tuttavia sport che sottopongono le articolazioni interessate a un ulteriore carico (ad esempio sport che prevedono salti, corsa, ecc). Nei casi più gravi si può ricorrere alla chirurgia, impiantando una protesi laddove necessario.

La terapia

Per controllare il dolore, specie quando in fase acuta, che è il sintomo più disturbante e invalidante che limita e abbassa la qualità della vita, la prima terapia consigliata è a base di antidolorifici/antinfiammatori ma che vanno assunti con cautela e a dosi controllate perché a lungo termine possono indurre importanti effetti collaterali.

Ecco che allora la ricerca è attiva per trovare soluzione integrative che possano supportare lo scopo riducendo dolore e qualche danno: tra le più recenti opzioni fa capolino il Wakame, un’alga giapponese che avrebbe proprietà antinfiammatorie.

L’alga wakame

È ricca di diverse buone sostanze: vitamine, proteine e sali minerali, in particolare iodio, calcio, magnesio e ferro. Si ritiene che alcuni minerali presenti nell’alga possano essere utili per alleviare la sindrome premestruale, ma anche per rafforzare le ossa.

Mentre gli Omega-3 potrebbero aiutare a ridurre l’infiammazione e i sintomi dell’artrite. Queste proprietà hanno indotto alcuni ricercatori spagnoli a volerne testare l’efficacia anche nell’osteoporosi e più specificatamente sui condrociti, una tipologia di cellule che si trovano nella cartilagine del tessuto connettivo.

Tali cellule sono state trattate con delle precise componenti estratte dall’alga ed è stato così possibile osservare una riduzione di fattori che sono tipici e indice di uno stato infiammatorio in atto, tra questi IL-6 e IL-8, ma anche un amento dell’azione antiossidante associato alla maggiore espressione di una specifica proteina, chiamata Nrf-2. Naturalmente saranno necessarie ulteriori ricerche per accertare questo risultato e per definire la dose-efficacia; il fatto che ci siano prime evidenze, positiva, resta un buon punto di partenza.

-A cura di Francesca Morelli

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