La bandiera inglese con la scritta "we speak english"

Perché in inglese ci sembra più “cool”?

L’uso sempre più invadente dei termini inglesi nel linguaggio comune, lavorativo, istituzionale e mediatico: status, insicurezza e un po’ di fumo negli occhi.

“Ho una call alle 11, poi devo mandare il brief per il pitch di domani. Intanto ho lasciato i task nella board, così il team può farsi un’idea prima del meeting.”

Tutto chiaro? Se hai capito, congratulazioni: sei parte del club! Se invece hai bisogno di una traduzione, benvenuto nel nuovo italiano: un ibrido dove ogni frase è un minestrone di parole anglosassoni, scelte non perché mancasse l’equivalente nostrano, ma perché, diciamolo, suonano meglio. Più moderne. Anzi, più “cool”.

Il linguaggio come status symbol

L’inglese nel linguaggio quotidiano non si usa più per esigenza, ma per posizionamento. È un distintivo sociale. Una medaglia invisibile che comunica, o almeno prova a comunicare, dinamismo, competenza, aggiornamento. Perché “riunione” fa molto anni Novanta, “meeting” invece fa subito multinazionale. “Opinione” è vaga, ma “feedback” è tecnico. “Obiettivo” suona scolastico, “goal” invece fa pensare a performance e risultati. È una questione di percezione. Se lavori in comunicazione, marketing, tecnologia, design o perfino nella pubblica amministrazione, l’uso dell’inglese è ormai una norma implicita. Chi non si adegua rischia di sembrare datato, rigido, provinciale. Così ci si allinea, spesso senza nemmeno accorgersene.

Siamo esterofili o solo insicuri?

Dietro questa anglofilia compulsiva c’è una certa forma di insicurezza culturale. Una paura strisciante che l’italiano, con la sua musicalità barocca e la sua ricchezza semantica, non sia più sufficiente. Che non basti a reggere il confronto con l’immediatezza delle lingue “forti”, quelle che dominano i flussi digitali e le logiche del mercato globale. Così ci rifugiamo in termini inglesi non perché ne abbiamo bisogno, ma perché ci fanno sentire o apparire più in gamba, più internazionali, più “dentro le cose”. È come indossare un blazer anche se stai lavorando dal tuo salotto: serve più per l’immagine che per la funzione.

Il ruolo di media, aziende e istituzioni

A questo si aggiunge un altro aspetto non trascurabile: la responsabilità di chi modella il linguaggio

I media titolano “boom di start-up”, “CEO sotto attacco”, “gender gap da colmare”. Le aziende mandano newsletter piene di deadline, KPI e insight. Le istituzioni parlano di hub, voucher, stakeholder

Il risultato? Un linguaggio che si allontana dalle persone, invece di avvicinarle. Non è una questione di purismo linguistico. Il punto è: stiamo davvero comunicando meglio o stiamo solo creando un’immagine patinata per dare autorevolezza a concetti spesso banali?

Quando è troppo, è troppo

Un conto è usare parole per cui davvero non esiste un corrispettivo efficace in italiano (vedi: “startup”, “marketing”). Un altro è dire “learning by doing” invece di “imparare facendo”, “onboarding” invece di “inserimento”.

C’è un momento in cui l’uso dell’inglese smette di aggiungere valore e inizia a coprire le insicurezze. Diventa un esercizio di performatività, non di comunicazione. Un po’ come mettere parole difficili in una presentazione per mascherare la povertà dei contenuti.

Possiamo parlarne senza complessi?

L’inglese è una lingua globale, utile e straordinariamente flessibile. Nessuno qui propone di bandirlo. Il punto è: possiamo usarlo con più consapevolezza? Possiamo fermarci un attimo a chiederci perché ci sentiamo inadeguati a dire certe cose in italiano?

Saper scegliere le parole, tutte, non solo quelle più “di tendenza”, è anche un atto di rispetto per chi ci ascolta o ci legge. E forse, ogni tanto, vale la pena ricordare che si può essere internazionali anche senza sembrare usciti da un congresso di LinkedIn.

Il linguaggio che scegliamo dice molto più di quello che pensiamo. Dice chi siamo, chi vogliamo essere, e soprattutto cosa temiamo di non essere. Se per sembrare competenti dobbiamo parlare come se avessimo un MBA a New York, forse c’è qualcosa che ci sfugge.E allora sì, va bene dire “call” ogni tanto. Ma ricordiamoci che la vera comunicazione non sta nella lingua che usi, ma nella chiarezza con cui scegli di usarla.

-A cura di Noemi Sartori

Copywriter e content creator, beauty blogger dal 2011. Ama la cura di sé quando è concreta e sostenibile, non quando è un teatrino di promesse. Per Italian Beauty Community scrive di skincare e profumi con un approccio chiaro e pratico: abitudini sensate, scelte consapevoli, miti sfatati e consigli per orientarsi tra routine, attivi e trend senza ansia da prestazione. Il suo filtro “anti-fuffa” è semplice: spirito critico, parole accessibili e attenzione alle fonti. Accanto al beauty, affronta anche temi culturali e social legati alla comunicazione digitale e al modo in cui le piattaforme influenzano informazione, percezione di sé e benessere. Nel tempo libero si allena: perché la costanza, in palestra come nel beauty, fa la differenza.

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