Una coppia di anziani che ride teneramente seduta sul divano

Perché gli uomini vivono meno delle donne

Se c’è una statistica che ritorna puntuale ogni anno è questa: gli uomini vivono meno delle donne. Succede ovunque, ma di più in Occidente e nei Paesi più industrializzati. In Italia oggi un uomo vive in media circa 81,4 anni, contro gli 85,5 anni delle donne. Quattro anni di differenza che non sono pochi e sono pure il segno di qualcosa di più profondo.

Non è solo un problema di “vizi”…

Per anni ci siamo raccontati una favola molto comoda: gli uomini muoiono prima perché fumano di più, bevono di più e non vanno dal medico. O comunque fanno meno prevenzione delle donne, prova ne è la minore adesione maschile alle campagne di screening gratuite del ministero della Salute o dell’Istituto Superiore di Sanità. Fine del discorso. In realtà, questa spiegazione assomiglia più a un alibi che a una risposta. Certo, sigarette e alcol contano, ma se fosse solo una questione di vizi personali il divario non sarebbe così costante e universale. C’è dell’altro, e ha a che fare con il modo in cui gli uomini vivono, lavorano e soprattutto si ammalano.

…Ma anche di “lavoro”

Un dato che non è stato studiato abbastanza, per esempio, è che gli uomini muoiono più spesso per cause che non hanno nulla a che vedere con la vecchiaia. Incidenti stradali, infortuni sul lavoro, comportamenti rischiosi, lavori fisicamente pericolosi. Il corpo maschile è più spesso esposto, messo alla prova, spinto oltre il limite. Poi c’è il lavoro, che per molti uomini resta una questione identitaria prima ancora che economica. Essere produttivi, resistere, stringere i denti. Il problema è che lo stress, la fatica cronica e la precarietà non restano chiusi in ufficio o in fabbrica. Entrano nel corpo, si sedimentano, logorano. Non sorprende che le malattie cardiovascolari colpiscano più gli uomini, né che la mortalità aumenti man mano che diminuiscono l’istruzione e le condizioni sociali. La salute, piaccia o no, non è molto democratica.

Poca prevenzione, meno longevità

Il punto più delicato è un altro ed è quello di cui si parla meno: la prevenzione. Le donne hanno un rapporto continuo con il sistema sanitario. Entrano presto, ci restano, vengono richiamate, controllate, seguite. Gli uomini no. Gli uomini spesso scompaiono. Finita l’infanzia, finiti i vaccini obbligatori, si crea un vuoto nella salute maschile. E la situazione è peggiorata da quando non c’è più la leva obbligatoria, che “obbligava” i giovani a fare controlli e visite mediche al compimento dei 18 anni o poco dopo. Oggi nessun medico chiama, nessuno li visita o li sottopone a esami. E loro, va detto, non fanno molto per farsi controllare. Così si va dal medico solo quando qualcosa non va più. Quando il dolore disturba, quando il sintomo non si può ignorare, quando il problema è già lì da un po’. È in quel momento che molte malattie vengono scoperte, a volte troppo tardi. Non per fatalità, ma per l’assenza di un’abitudine alla cura. Prendersi cura di sé, per molti uomini, resta qualcosa di vago, secondario, quasi imbarazzante.

Rimandare non paga

C’è poi un dettaglio rivelatore: gli uomini con una partner vivono di più e meglio. Non perché l’amore faccia miracoli, ma perché la donna nota subito se qualcosa non va in lui, insiste, lo accompagna dal medico, rompe l’inerzia maschile. Senza quella spinta esterna, molti uomini semplicemente rimandano. E rimandare, in medicina, è spesso la scelta peggiore. Eppure c’è un paradosso curioso. Gli uomini vivono meno, sì, ma in media trascorrono più anni in buona salute rispetto alle donne. Le donne vivono più a lungo, ma accumulano più anni di malattie e limitazioni. Alla fine, la domanda non è perché gli uomini muoiono prima, ma perché accettiamo che sia normale. Fino a quando gli uomini continueranno a considerare la loro salute una questione di cui non parlare, a ritenere la prevenzione un optional e la fragilità “una colpa”, il divario resterà lì, anno dopo anno.

-A cura di Maura Prianti

Sono una giornalista professionista che ha lavorato per anni nelle redazioni di riviste e magazine nazionali. Con alcuni ancora collaboro da freelance. Oggi sono consulente per la Comunicazione Efficace: aiuto aziende e privati a parlare e scrivere meglio e, soprattutto, a farsi davvero capire. Come? Con 30 anni di esperienza maturata tra giornali, siti, social, uffici stampa. Ma anche coaching, AI, SEO, GEO ghostwriting, media training…

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