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Essere brutti nella società dell’effimero è una condanna!

Ogni giorno, nelle riviste, in televisione, nelle strade, ma soprattutto online, siamo costantemente bombardati dai modelli che la società ci propone: non essere brutti ed essere belli a tutti i costi. 

E’ diventato facile sentirsi esteticamente inadeguati nella vita di ogni giorno, la normalità con tutte le sue naturali imperfezioni, sembra condannarci. La normalità non è abbastanza per gli standard che ci vengono proposti.

Un tempo, i modelli inarrivabili a cui fare riferimento erano le icone del cinema, le star della musica, le modelle e i modelli delle passerelle di moda. Ora, la bellezza non è più un effimero sogno a cui aspirare, è diventata una bellezza prêt-à-porter, non è più così inarrivabile, tutti possono diventare attraenti, ognuno può sentirsi un’icona di stile e immagine. Chiunque, tranne chi ha ancora la forza e la personalità di non omologarsi ad un’estetica preconfezionata ormai diventata dozzinale.

Sorgono spontanee alcune domande: “perché il giudizio estetico continua ad avere tutta questa importanza? Perché non si può andare oltre alla mera immagine che vedono gli occhi? Perché non si dà la stessa importanza alle capacità intellettive? Al sapersi comportare? All’avere un’educazione e dei valori?

Essere brutti è peggio di essere stupidi

L’unica risposta che possiamo darci è che, evidentemente, essere brutti è una condanna peggiore dell’essere considerati stupidi. Il brutto allontana, mette in allerta, non crea empatia. Lo stupido, invece suscita tenerezza e simpatia, di sicuro non è così  respingente come chi non è esteticamente gradevole.

Non c’è nulla da fare, il principale biglietto da visita è l’aspetto fisico.  Fateci caso, tutti abbiamo gli occhi per guardare, e la vista è uno dei primissimi sensi che usiamo per catalogare qualcuno. Veniamo giudicati e giudichiamo nel primo istante in cui vediamo o veniamo visti. Non si scappa. Succede prima che avvenga un contatto fisico, prima di sentire il suono di una voce, prima che qualsiasi altro senso abbia la possibilità di fare il proprio lavoro.

Per questo motivo, se ci soffermiamo ad una valutazione superficiale è come se giudicassimo fuori standard l’interezza della persona. Questo cortocircuito ci porta a diventare sempre più insicuri, costantemente in competizione con i canoni estetici che vorremmo raggiungere, o quelli che ci impone la società.

Da sempre la bellezza è un “lasciapassare”

Fin dalla notte dei tempi la bellezza ha sempre attratto ed è stata un metro di paragone, ma se fino a pochi anni fa, era relegata al sogno, all’irraggiungibilità, al vorrei ma non posso, oggi i social media hanno reso possibile il mito della perfezione estetica alla portata di tutti. Ora dietro ad uno schermo ciascuno di noi può creare un personaggio dalla bellezza sfolgorante, ognuno può indossare una maschera, chiunque può essere o diventare chi non è. Tutti possono avere ciò che non hanno grazie all’ utilizzo di filtri e immagini virtuali.

Negli ultimi anni di passi in avanti verso l’accettazione della diversità, dei corpi e della bellezza non conforme, ne sono stati fatti, ma sempre troppo pochi, e soprattutto, il risultato agognato dall’idea iniziale, è stato completamente distorto. C’è stato un effetto rebound, non quello di normalizzare, ma purtroppo, di ridicolizzare e porre ancor più uno stigma su ciò che non è bello e confermandolo come brutto. Non si è riusciti a scardinare la supremazia dell’immagine sul contenuto. L’immagine rimane il traguardo più importante a discapito del benessere e della serenità mentale.

E tu? Come ti senti davanti la (finta) perfezione proposta dai social? Raccontacelo nei commenti!

A cura di Stefano Zulian

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