“Una volta era tutto più semplice: l’uomo lavorava, la donna accudiva”. Quante volte capita di sentirlo, magari durante una cena di famiglia, nei commenti sotto un video virale o in quei post condivisi da amici “di buonsenso”.
Nessun urlo, nessuna rabbia. Solo l’aria convinta di chi crede di aver trovato la soluzione a tutti i mali contemporanei: tornare ai bei vecchi ruoli, quelli “naturali”. È il revival delle certezze granitiche: maschio virile, femmina accogliente. Ma dietro questo slancio restauratore, cosa c’è davvero?
Il mito del tempo che fu (e che non è mai stato davvero così)
Il richiamo alla tradizione funziona perché dà sollievo. Offre risposte semplici a domande complesse. Niente più dubbi identitari, niente contrattazioni sui ruoli. Ognuno al suo posto, e la vita torna liscia.
Peccato che quella visione “romantica” cancelli tutto il resto: la fatica invisibile delle donne, la repressione delle emozioni maschili, il peso di dover aderire a un modello invece di scegliere. Il passato idealizzato è spesso una versione comoda e ripulita di ciò che era davvero.
Una narrativa che non urla, ma persuade
Il ritorno ai ruoli tradizionali non si impone più con slogan gridati.
Ora si racconta attraverso immagini: famiglie sorridenti, tavole apparecchiate con cura, coppie in cui “lui guida e protegge” e “lei accoglie e sostiene”. Sembra armonia, ma il sottotesto è chiaro: le cose funzionano meglio quando le donne “restano al loro posto”. E se non lo fanno? Allora è colpa dell’indipendenza, del femminismo, dell’ambizione. La narrazione diventa accusa sottile: “hai voluto la parità? Ecco perché sei infelice”.
Il ruolo (non neutro) dei social
Sui social, la nostalgia dei ruoli tradizionali è diventata estetica. Profili patinati, reels con mogli perfette, citazioni travestite da saggezza. Tutto è confezionato per piacere, rassicurare, andare virale.Gli algoritmi spingono questo contenuto perché funziona, crea engagement. E in un attimo, la moglie sottomessa diventa trend, come quello delle Trad wife. L’uomo che guida la relazione viene elevato a esempio di virilità “ritrovata”. Una regressione travestita da lifestyle.
Cosa spinge davvero verso questi modelli?
La risposta facile è: ignoranza. Ma non basta. C’è molto di più: insicurezza, smarrimento, paura di perdere un’identità che per anni ha garantito vantaggi sociali. Molti uomini, di fronte a un mondo che cambia (e chiede loro di cambiare), si rifugiano in un’idea rassicurante: essere uomini “come una volta”. Perché mettersi in discussione costa fatica. Mentre dire “era meglio prima” fa sentire forti, persino virtuosi.
-A cura di Noemi Sartori

Copywriter e content creator, beauty blogger dal 2011. Ama la cura di sé quando è concreta e sostenibile, non quando è un teatrino di promesse. Per Italian Beauty Community scrive di skincare e profumi con un approccio chiaro e pratico: abitudini sensate, scelte consapevoli, miti sfatati e consigli per orientarsi tra routine, attivi e trend senza ansia da prestazione. Il suo filtro “anti-fuffa” è semplice: spirito critico, parole accessibili e attenzione alle fonti. Accanto al beauty, affronta anche temi culturali e social legati alla comunicazione digitale e al modo in cui le piattaforme influenzano informazione, percezione di sé e benessere. Nel tempo libero si allena: perché la costanza, in palestra come nel beauty, fa la differenza.