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Un ragazzo seduto sul divano in tenuta sportiva che mangia patatine e snack

Siamo un popolo di poltroni

Ebbene sì, l’attività fisica in generale non è “nelle scarpe” degli italiani. Esistono ancora molti gap nel praticare sport sul territorio: divari nord-sud, di genere, differenze legate al reddito e all’istruzione, con un conseguente importante impatto sulla salute.

È quanto emerge dal Rapporto “Gli Italiani e lo Sport”, realizzato dall’Osservatorio permanente sullo sport, spin-off di Fondazione SportCity, in collaborazione con Istat, IBDO Foundation e Istituto Piepoli.

Sportivi da salotto

Più di un terzo della popolazione è sedentaria, non svolge sport o attività fisica nel tempo libero. È quanto dichiarato e emerso nell’anno 2022, con importanti divergenze territoriali ma non solo: i più poltroni risiedono nel sud e le isole, dove le condizioni climatiche dovrebbero invece favorire maggiore attività motoria all’aperto, i tassi più alti si registrano infatti in Calabria e Sicilia (59,3%), Campania (55,1%), Puglia (54,8%) e Basilicata (53,7 per cento).

I dati Istat confermano, inoltre, le disuguaglianze sociali, con differenze marcate rispetto al titolo di studio a tutte le età ed in particolare tra le persone adulte di 25-44 anni: le persone con basso titolo di studio che non pratica sport o attività fisica è oltre il doppio rispetto a quella di chi ha un titolo di studio più elevato (49,7% vs 17,9%). Sono più sedentarie – come noto – le donne (29,2%) rispetto agli uomini (40,2%), incidono poi l’istruzione (negli ultimi 20 anni la pratica sportiva è aumentata fra uomini e donne con titolo di studio più alto), il reddito e la famiglia.

«La recente legge che inserisce lo sport nell’articolo 33 della nostra Costituzione – dichiara Federico Serra, Presidente dell’Osservatorio permanente dello sport della Fondazione SportCity – apre la possibilità di avviare interventi organici su tutto il territorio nazionale eliminando un gap territoriale inaccettabile dal punto di vista etico e sociale».

Gli stessi fattori, che dalla seconda metà del secolo scorso hanno portato all’allungamento della vita media fino ai livelli attuali, sembrano condurre anche a una maggiore attitudine alla sedentarietà.

«Non solo lo Sport Agonistico, ma tutta l’Attività Fisica “adattata” alle varie età, al genere, alle patologie – precisa Andrea Lenzi, Presidente CNBBSV della Presidenza del Consiglio dei Ministri rappresenta assieme alla corretta alimentazione, una strategia preventiva e una terapia per le malattie croniche non trasmissibili (metaboliche, cardiovascolari e polmonari, ecc.).

Tale terapia dovrebbe diventare prescrivibile come un vero farmaco e ‘somministrabile’ a livello di apposite strutture sanitarie nell’ambito di una Terapia Educazionale». Ma non è così, pena il ben-essere.

L’impatto sulla salute

Circa l’80-90% della mortalità, morbosità e costi dei sistemi sanitari nei paesi occidentali è dovuta a malattie per scorretti stili di vita, compresi l’introito calorico elevato e la sedentarietà, alla base dello sviluppo di obesità. 

«Nelle nostre società iper-tecnologizzate – conclude Paolo Sbraccia, Vice Presidente Vicario di IBDO Foundation – si sono raggiunti tassi di sedentarietà che riducono, come diretta conseguenza, l’aspettativa di vita associate alla comparsa di obesità, diabete, ipertensione, dislipidemia, aterosclerosi, cancro e così via.

L’attività fisica funge invece da contrasto alle malattie cronico-degenerative come attestano studi di letteratura. Tuttavia, al momento, l’implementazione dell’attività fisica rimane un problema non risolto per il mondo sanitario».

Cosa manca per il superamento di questo gap? Innanzitutto la rimborsabilità o l’inserimento nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), come anche la detraibilità fiscale per le spese sostenute per l’attività fisica.

-A cura di Francesca Morelli

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