Il profilo di un uomo formato da rami secchi

Se nulla mi spaventa più

“Perché la guerra, la carestia Non sono scene viste in TV E non puoi dire ‘lascia che sia, perché ne avresti un po’ colpa anche tu.”

“Si può dare di più”: era il 1987 e Gianni Morandi, Umberto Tozzi ed Enrico Ruggeri cantavano queste parole con una convinzione che oggi sembra quasi ingenua. All’epoca, la guerra e la carestia erano tragedie da combattere, non da scorrere distrattamente sullo schermo di un telefono.

Stiamo vivendo nell’epoca dell’assuefazione emotiva. Il bombardamento di contenuti ha anestetizzato la nostra capacità di sentire, di reagire. La guerra non è più un evento straordinario, è solo un’altra notizia nel feed, schiacciata tra il gossip dell’ennesima star e un tutorial per illuminare le occhiaie. Le immagini di città distrutte, di bambini in fuga, di vite spezzate vengono scrollate con la stessa leggerezza con cui si passa da un meme a un video di cucina. Il trash, un tempo confinato a spazi di nicchia, è diventato la lingua ufficiale dell’intrattenimento. Non ci sorprende più nulla. Non ci indigniamo più. Ciò che un tempo era considerato osceno oggi è semplicemente normale.

La guerra? Ormai è un rumore di fondo. La violenza? Solo un altro dato statistico. La volgarità? Un contenuto che genera interazioni.

E noi? Ogni volta che continuiamo a guardare il video della guerra virale, commentiamo l’ennesimo teatrino televisivo, diamo attenzione a un personaggio costruito sulla volgarità, contribuiamo alla spirale di indifferenza che ci inghiotte.

Siamo ingranaggi di un sistema che si nutre della nostra attenzione

Senza i nostri click, i nostri commenti, il nostro tempo speso a indignarci per dieci minuti prima di passare ad altro, questo meccanismo si incepperebbe. Invece, continuiamo a nutrirlo, alimentando una fame insaziabile di contenuti sempre più estremi, più scioccanti, più insensati.

La normalizzazione dell’orrore è anche un nostro prodotto

Ci siamo abituati a tutto, ma soprattutto ci siamo abituati a non sentire più nulla. Eppure, dovremmo chiederci: quando è stata l’ultima volta che abbiamo provato un vero moto di indignazione? Quando è stata l’ultima volta che abbiamo sentito un pugno nello stomaco davanti a una notizia, senza subito distogliere lo sguardo per non rovinare la giornata? Quando abbiamo smesso di essere umani nel senso più profondo del termine, capaci di provare empatia autentica?

Non siamo solo spettatori 

Forse è tempo di fare un passo indietro. Di tornare a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è solo rumore. Di scegliere consapevolmente cosa merita la nostra attenzione e cosa, invece, va lasciato scorrere via senza il nostro contributo.

Perché, in fondo, possiamo ancora decidere. Possiamo ancora cambiare il canale, smettere di dare spazio all’inutile, riscoprire il peso delle cose che contano davvero. 

Ma lo faremo davvero? O continueremo a lasciarci trascinare?

-A cura di Noemi Sartori

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