La foto di due chirurghi in sala operatoria

Lasciamo la pubblicità alle cose “frivole”

La storia di Agata Margaret Spada, morta presumibilmente per un ritocco al naso, è un monito per tutti noi. Perché ci insegna che non si scelgono i professionisti sui social, e perché ci fa capire come la pubblicità possa essere un’arma a volte pericolosa.

C’è una ragione per la quale fino a qualche anno fa ai medici era proibito ricorrere all’informazione commerciale: salvaguardare innanzitutto la salute da scelte poco accurate e custodire, soprattutto, le reali competenze dalle migliori capacità comunicative degli uni o degli altri. Oltre ad evitare una competizione sleale tra i professionisti che potrebbe danneggiare l’immagine della professione medica.

Ragioni etiche, legali e professionali, quindi. L’antica restrizione si basava proprio sul principio che la professione medica non era, e non è, un’attività commerciale. Non ci troviamo infatti davanti alla produzione di una caramella piuttosto che di un sapone. Qui è in gioco, nella scelta di un medico, la propria salute. La cui tutela dovrebbe essere lontana anni luce dalla logica del profitto e della opportunità.

Chi tutela la nostra salute?

Le norme deontologiche adottate dagli Ordini professionali un tempo erano molto rigide, proprio per preservare la fiducia dei pazienti nella professione medica.

Promuovere un’immagine di integrità e altruismo era fondamentale per garantire che i pazienti si affidassero ai medici senza dubbi o sospetti.

Ma oggi cosa avviene? 

Gli Ordini dovrebbero oppure no intervenire per chiedere al Parlamento una precisa regolamentazione del settore? E’ un augurio. Quello che invece dovrebbero far subito è varare regole precise per garantire che l’informazione al pubblico sia corretta, trasparente e non ingannevole. Magari arginando in qualche modo quella “garibaldina” sui social.

-A cura di V.A.R.

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