Una ragazza vicino ad uno specchio in cui si riflette un gatto

Femminilità “a richiesta”: tra libertà, giudizio e self-care

“Esci così?”, “Quel colore di rossetto ti sta male!”, “Sorridi, sei più carina”, “È ora di andare dal parrucchiere”…

Lei sorride. Non risponde. Aggiusta appena il colletto della camicia, infila le chiavi in borsa e chiude la porta dietro di sé. Non ha bisogno di spiegare. Perché la libertà, quando è vera, non si giustifica.

C’è una femminilità che non fa notizia.


Una femminilità che non chiede il permesso, che non si mette in posa, che non gioca il gioco dell’approvazione continua. È quella di chi sceglie di non truccarsi, o di truccarsi solo per sé. Di chi ha smesso di inseguire lo sguardo altrui per cercare il proprio. Di chi si prende cura di sé con consapevolezza, ma senza doverlo dimostrare.

Viviamo in un’epoca in cui parlare di self-care è diventato mainstream, ma essere davvero libere di decidere cosa significhi “prendersi cura di sé” è ancora un atto politico.

Perché la femminilità, nel nostro immaginario collettivo, è ancora legata a codici estetici ben precisi: la pelle levigata, il corpo tonico, il viso truccato “ma non troppo”, i capelli curati, le unghie fatte.


C’è uno script invisibile che ci dice come dobbiamo apparire per essere considerate “presentabili”, “ordinate”, “credibili”, “accettabili”.

Eppure, la verità è che ogni volta che una donna sceglie un gesto di bellezza non per aderire a un modello, ma per ascoltare se stessa, compie un gesto di libertà.
Una maschera viso può essere self-care.


Dormire un’ora in più, invece che sistemarsi i capelli, pure.
Farsi le unghie può essere un rituale di potere.
Non farle affatto, può esserlo altrettanto.

La femminilità non richiesta non ha bisogno di conferme. Non chiede like, non chiede sconti, non chiede scuse.
È quella che si costruisce fuori dai riflettori, negli spazi privati, nei gesti quotidiani.
È fatta di ascolto, di scelte, di rinunce anche. E sì, anche di silenzi.

Essere donne oggi significa anche imparare a distinguere tra ciò che ci fa bene e ciò che ci è stato insegnato a volere. E questo vale, sempre più spesso, anche nella sfera della bellezza.

La buona notizia? Possiamo riscrivere le regole.


Possiamo prenderci cura di noi senza dover essere sempre “curate”. Possiamo essere femminili senza dover apparire femminili. Possiamo essere autentiche, anche se questo vuol dire disordinare un po’ l’idea di bellezza che ci è stata cucita addosso.

In fondo, la femminilità che vale di più è proprio quella che non ha bisogno di essere richiesta.


E se dà fastidio… forse è proprio quella giusta.

-A cura di Katia Anna Calabrò

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