Un coniglio e un pennello da makeup

Cosmetici cruelty free: in Europa non amare gli animali è vietato per legge. Ma anche in Cina qualcosa sta cambiando

I social sono pieni di post in cui si richiedono azioni di boicottaggio verso le aziende che non espongono chiaramente le etichette cruelty free, come il coniglietto della PETA, Leaping Bunny o altri simboli. Come riconoscere l’informazione da un’operazione di marketing.

Molte persone non lo sanno, a qualcuno fa gioco non dirlo. Eppure, il 2009 ha segnato una svolta significativa verso un’etica più rispettosa degli animali nel settore della bellezza.

L’Unione Europea ha infatti imposto, a tutte le aziende cosmetiche, il divieto assoluto dei test cosmetici sugli animali. Questa legislazione, consolidata e ampliata con il Regolamento Cosmetici CE n. 1223/2009, ha stabilito che nessun prodotto cosmetico venduto nell’UE può essere testato su animali, né possono esserlo gli ingredienti utilizzati nella sua formulazione.

Questo regolamento ha reso l’UE un pioniere globale nella lotta contro la sperimentazione animale, ponendo l’accento sulla necessità di metodi alternativi e più etici. Gli sviluppi scientifici hanno permesso di adottare tecniche avanzate come i test in vitro, modelli computazionali e studi clinici su volontari umani, che si sono dimostrati efficaci e affidabili nel garantire la sicurezza dei prodotti cosmetici.

Nonostante questa legislazione chiara e rigorosa, esiste una certa confusione tra i consumatori riguardo alla dicitura “cruelty free” sulle confezioni dei prodotti. Molte persone ritengono erroneamente che un cosmetico che non riporta esplicitamente questa etichetta possa non essere conforme agli standard cruelty free. Tuttavia, è importante sottolineare che, secondo la legge europea, tutti i cosmetici prodotti e venduti nell’UE sono, per definizione, cruelty free. L’assenza della specifica dicitura sulla confezione non indica un’eccezione alla regola, ma semplicemente che l’azienda ha scelto di non utilizzare quel particolare marchio o logo.

Le etichette “cruelty free”

La presenza di etichette “cruelty free” come il coniglietto della PETA, Leaping Bunny o altri simboli simili è spesso una scelta di marketing per comunicare in modo più diretto e rassicurante ai consumatori attenti ai diritti degli animali. Queste certificazioni, pur essendo valide e significative, non aggiungono un ulteriore livello di garanzia rispetto a quanto già imposto dalla legge europea. Un traguardo importante nella tutela degli animali e un esempio da seguire per altre nazioni nel mondo.

Già, a proposito del resto del mondo, lo sapevate che la Cina, diversamente dalle altre nazioni, è uno dei pochi Paesi a richiedere esplicitamente test sugli animali per ottenere l’ingresso dei prodotti cosmetici in territorio nazionale?

La Cina controcorrente. Ma dal 2021 qualcosa sta cambiando

Chissà, forse davvero qualcosa sta cambiando. A partire dal 1° maggio 2021, infatti, il secondo Stato più popoloso al mondo, ha rimosso l’obbligo di test sugli animali per i prodotti cosmetici importati “non speciali”.

Ma che cosa significa? Sicuramente una prima tappa, ma molto significativa, per un popolo che, ad ogni solstizio d’estate, celebra la fiera più disumana della storia, il Yulin Dog Meat Festival, nell’omonima città nella regione di Guangxi, nel sud est della Cina. Creata per volere di alcuni venditori locali con il benestare delle autorità per attrarre i turisti e promuovere il consumo di carne canina oggi, fortunatamente, combattuta e contrastata da molti giovani cinesi.

Cosmesi: la Cina verso la fine dei test sugli animali?

Ma quali sono i prodotti cosmetici coinvolti nel cambiamento? 

La rimozione del divieto riguarda, al momento, i cosmetici di carattere generico come shampoo, bagnoschiuma, lozioni e make-up che costituiscono la parte più consistente del mercato della cosmesi: questo passo ha sancito un’evoluzione davvero rilevante nella direzione di una sempre maggiore sostenibilità etica di questo settore.

Ovviamente, come riportato dall’associazione Leaping Bunny Program che per prima ha rilanciato la notizia, “ci saranno ancora molti (e molti) passaggi da compiere per le aziende che desiderano registrarsi e vendere in Cina, ma questo è un progresso importante”.

Al momento il divieto è stato tolto solo per le aziende che producono prodotti cosmetici non speciali e i marchi devono comunque fornire certificazioni di qualità dal loro paese di origine; non si tratta dunque della fine dell’ animal testing per i prodotti cosmetici che entrano in territorio cinese, ma senza dubbio una tappa necessaria. I prodotti destinati a bambini o neonati o che contengono materie prime che non figurano nell’elenco di quelle approvate nel paese, continueranno ad essere sottoposte all’obbligo di test sugli animali. Ma in tutte le battaglie, si sa, le guerre si vincono dopo tante piccole vittorie.

L’importante è, che almeno in un territorio di pace (almeno con la coscienza) come l’Europa, non vi regni la confusione. 

-A cura di Francesca Frediani

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